ADHD e il rapporto genitori-figli

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“Marco, di nove anni, è il terzo dei nostri quattro figli. Sin dai primi anni ha dimostrato un’irrequietezza fuori del normale, con situazioni assolutamente ingestibili per noi.”

ADHD

Ecco la frase di una mamma mentre parla del suo bambino con ADHD.

Con ADHD (Disturbo da Deficit dell’Attenzione e dell’Iperattività) intendiamo un particolare disturbo dell’attenzione, caratterizzato generalmente da iperattività, distraibilità, eccitabilità motoria associata a disturbi del sonno, bassa tolleranza alla frustrazione.

Ricevere una diagnosi di ADHD può suscitare nei genitori reazioni molto differenti. Spesso alcuni provano rabbia, sconforto, frustrazione o, ancora, una sorta di colpevolizzazione relativamente alle proprie capacità educative.

Come sostenere i genitori e i loro figli?

Al giorno d’oggi è stato dimostrato che non esiste alcun trattamento isolato, sia su base farmacologica sia psicologica, che dia la risposta in assoluto migliore nel trattamento dell’ADHD: è stata ipotizzata invece l’efficacia di un intervento multimodale che coinvolga genitori, insegnanti e clinici.

L’obiettivo è quello di aiutare il bambino ad apprendere comportamenti di routine per poter regolare la propria attivazione tramite l’utilizzo di rinforzi positivi e negativi.

Oltre a ciò, si agisce parallelamente anche sui genitori, cercando di ridurre lo stress e lavorando sull’ottimizzazione della qualità della vita dei genitori. Il concetto chiave è quello di aiutare il genitore ad accettare e apprezzare la specificità del proprio figlio, che è un bambino come tutti gli altri, per il quale è dunque opportuno pianificare un percorso educativo che sappia valorizzare le sue qualità e che migliori i suoi punti deboli.

genitori e figli

Un bambino con ADHD non è portatore di difficoltà e problemi, ma è una persona con potenzialità da valorizzare e, come tale, deve essere posto nelle condizioni di poter giovare dell’apprendimento scolastico e quotidiano.

Il confronto con gli altri a volte è inevitabile: a quanti di noi capita di paragonare se stessi o altri ad altre persone? A prescindere dall’ADHD o da qualsiasi altra variabile personale, a chiunque succede almeno una volta nella vita di essere paragonato a persone considerate “migliori”: se, da una parte, questa tendenza è inevitabile, dall’altra bisogna comunque sforzarsi perché ciò sia un incentivo a migliorarsi, non una demoralizzante fonte di preoccupazione.

Ogni persona, ogni bambino ha lo stesso diritto degli altri di sentirsi unico e portatore di qualcosa che solo lui possiede.

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